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In memoria di Mario Viola - di Marco Borsari

Ogni tre mesi Mario ed io ci incontravamo una sera alle nove, nove e mezza. Mario arrivava sempre per primo, con un pacco di copertine stampate a colori tra le mani e l’immancabile cartellina sotto braccio. Era tutto quello che serviva per realizzare un nuovo numero di “Scacchi e Dintorni”, il giornalino del Club 64, il periodico del nostro circolo che tanto interesse riscuoteva presso soci e appassionati.
Salivamo insieme nel mio ufficio, che si trasformava per qualche ora in una artigianale stamperia clandestina. Le copertine erano l’unico pezzo di giornalino che era già stampato; le aveva ritirate la mattina stessa Mario dalla copisteria di fiducia. Infatti la copertina doveva essere a colori, su carta lucida e di alta qualità: davvero troppo per i nostri limitati mezzi tecnici di stampa.
Accese le luci e la stampante, Mario mi mostrava la matrice del giornalino, l’originale che doveva essere riprodotto per realizzare un centinaio di copie.
Gli era costato ore di duro lavoro mettere insieme questo originale: articoli da scrivere, bozze da correggere, diagrammi e rubriche da incasellare nelle pagine di cui si componeva il numero.
Mano mano che disponevamo i fogli nella giusta sequenza di impaginazione, era di regola uno scambio di battute sugli articoli più originali e divertenti, sulle “scoppiature” più eclatanti, sulle più strampalate avventure scacchistiche che venivano raccontate in quell’uscita del giornalino. E si fantasticava sull’espressione che avrebbe avuto un certo socio alla vista di un inaspettato pezzo che parlava di lui oppure si scommetteva su quante ore avrebbe perso la testa su un problema il tal altro scacchista cronicamente assetato di enigmi.
Riempivo di fogli bianchi A3 la stampante ormai calda e premevo il tasto di avvio. Attraverso le nostre rudimentali rotative, il giornalino emetteva il primo vagito.
Nel mentre Mario, ripuliti i tavoli dell’ufficio dalle scartoffie del giorno, disponeva una a fianco dell’altra le prime copertine, pronte ad essere ricoperte dai ciclostili che uscivano in sequenza dalla macchina.
Mario aveva voluto questo giornalino. Era una sua idea.
La covava sin dagli anni giovanili in cui frequentava i circoli scacchistici modenesi dell’epoca, ma non aveva mai trovato le condizioni per poterla realizzare.
Aveva capito che quello era il momento giusto ed il Club 64 l’ambiente più adatto per una rivista che parlasse non solo di scacchi ma anche (e soprattutto) dei suoi “dintorni”, così ricchi di avvenimenti ed avventure, di personaggi e di casi umani, di curiosità e di facezie.
Non voleva essere indicato come direttore del giornalino. Mario era troppo modesto per quei titoli che sentiva più grandi di lui. Invece era molto di più di un direttore di un giornale, era anche un arguto compositore di enigmi, un lucido editorialista ed un validissimo divulgatore.
La creatività era una dote innata in Mario. Era stata forse repressa durante gli anni del suo mestiere di elettricista, ma, dopo la pensione, aveva trovato uno sbocco straordinario nel mondo degli scacchi. La metteva in campo prima di tutto nelle scuole presso cui insegnava scacchi, con gli allievi e docenti che adoravano il “maestro Mario” con il suo metodo e la sua umanità. Ce n’era tanta anche nelle partite che giocava, con varianti poco teoriche, ma sempre pungenti ed efficaci. E tantissima creatività metteva anche nel giornalino, al servizio di tutti quanti.
I fogli si ammucchiavano sul tavolo e l’aria dell’ufficio si ammorbava di un acre odore di inchiostro. Era buio fuori e l’ufficio era l’unica luce accesa del palazzo. C’era la sensazione di appartenere ad una sorta di “carboneria”; del resto anche noi stampavamo un giornale di notte, in segreto, per il bene della nostra comunità.
Correvano molto veloci queste ore, in cui chiaccheravamo in continuazione. Si iniziava con un aneddoto del torneo della domenica precedente o di una banale vicenda di circolo ed in men che non si dica, si finiva a parlare di tutt’altro che gli scacchi.
Discorrevamo con assoluta libertà di scuola, di lavoro, di attualità, di politica, passando da un argomento all’altro con disinvoltura e senza accorgercene.
Era un piacere parlare con Mario. Anche se si partiva da idee diverse, si finiva col convergere alla stessa conclusione. Lui supportava spesso i suoi discorsi con aneddoti di vita vissuta, di vicende lavorative o familiari. Raccontava spesso della sua mamma ultranovantenne, che tanto lo faceva tribolare ma a cui tanto voleva bene.
Nel frattempo, le prime copie del giornalino erano stese sul tavolo, pronte ad essere graffettate. Era un atto solenne di cui si occupava Mario, servendosi di un apposito attrezzo. Il giornalino era ufficialmente nato. Lo aprivamo e lo sfogliavamo, immedesimandoci nel lettore e nel gusto che avrebbe provato a scorrere quelle pagine.
Le operazioni si ripetevano identiche ad oltranza, per raggiungere quel centinaio di copie che costituivano il fabbisogno minimo della vasta utenza di interessati.
L’ultima copia veniva completata verso l’una di notte. Anche se avremmo avuto tutte le ragioni per esserlo, non eravamo stanchi. Scendevamo nel parcheggio con un pacco di giornalini ciascuno. Lui avrebbe portato le sue copie al circolo l’indomani, io le avrei consegnate nelle settimane successive. Ci auguravamo la buonanotte, appagati da aver compiuto ancora una volta quello che sentivamo un nostro immancabile dovere.
Mario, so che stai giocando a scacchi lassù. Sento la tua inconfondibile risata. Hai vinto anche questa partita.

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